Ricordo di Stava

 

LA CAMERA PENALE DI TRENTO E ROVERETO RICORDA IL DISASTRO DI STAVA

STAVA 19 LUGLIO 1985

Alle ore 12. 22′. 55” del 19 luglio 1985 cedeva l’arginatura del bacino superiore di Prestavèl, che crollava sul bacino inferiore che a sua volta cedeva.

La massa fangosa composta da sabbia, limo e acqua scendeva a valle alla velocità di quasi 90 chilometri orari  spazzando via persone, alberi, abitazioni fino a raggiungere la confluenza fra il rio Stava e il torrente Avisio.

La colata di fango provocò la morte di 268 persone, la distruzione completa di 3 alberghi, 53 case d’abitazione e 6 capannoni; 8 ponti furono demoliti e 9 edifici gravemente danneggiati.

Il disastro di Stava, drammaticamente uno dei più gravi della storia italiana, ha generato anche anni di controversie giuridiche, penali e civili, che hanno occupato e segnato profondamente il nostro Foro e gli uffici giudiziari del nostro territorio.

Da un’intervista all’avv. Adolfo de Bertolini: Qual è stato il processo penale che più l’ha coinvolta?

«Quello per il disastro di Stava… Fu un processo di una sofferenza inevitabile, che ti porti dietro per anni».

Nel ricordo di tutte vittime della tragedia di Stava, a quarant’anni da quel triste giorno, la Camera Penale di Trento e Rovereto dà voce all’Avvocato Michele Pompermaier (1931-1994), cui la Camera Penale è intitolata, che fu il difensore di molte parti civili nel processo penale.

Tra i momenti più significativi del lungo dibattimento sul disastro di Stava vogliamo proporre alcuni aspetti particolarmente emotivi dell’arringa dell’avvocato Michele Pompermaier.

Un’arringa che ha saputo mescolare sapientemente notazioni tecniche e giuridiche a riflessioni di spessore umanistico e psicologico. In particolare, l’introduzione dell’intervento, disegnato con alcuni tratti efficacissimi il “come eravamo” di Stava, l’irripetibile passato cancellato dalla valanga di fango.

Pubblichiamo questa pagina ad alta tensione morale ed emotiva, nel quarantennale del disastro di Stava.

“Finora è stato un processo molto, troppo asettico. Un gioco sicuramente abbastanza, io direi, anche orchestrato, dei difensori Montedison, (e io avrei fatto la stessa cosa se mi fossi trovato sull’altro fronte): quello di arrivare ad un tecnicismo puro che facesse dimenticare le vittime, il pianto, l’angoscia di quel giorno, del 19 luglio 1985.

Un’angoscia che si rinnova non soltanto negli anniversari, non solo in occasione del processo. Per molte persone di Tesero e di Stava è un’angoscia che ritorna tutte le sere quando viene il buio.

Io cercherò di portare una nota di sentimento che va al di sopra della materia processuale, perchè sono nato a Tesero, da una madre teserana da una decina di generazioni: verso il Seicento un gruppo di svizzeri, non quelli con i soldi ma boscaioli e contadini, arrivarono in val di Fiemme, e nacque il ceppo dei Trettel. E io per quarant’anni ho frequentato il paese di Tesero, salivo a Stava, e quando mio figlio aveva poco più un anno, lassù avevamo una casetta minuscola, con lillà davanti ed un pezzo di prato. E c’era-il torrente che allora - parlo del 1962-1964 - già portava con sé le spume della miniera Montedison: sembrava detersivo, puzzava di medicinale. E mi dicevano che l’inverno si vedeva e si sentiva sopra la neve: poi intervenne il pretore di Cavalese, e poi non ci fu più la puzza, e arrivarono i morti.

Io ho vissuto Tesero e Stava per tutta la mia vita, e mi perdonerete se questo pezzetto di cuore cerco di portarlo in quest’aula. E lo faccio sottolineando un aspetto che non è importante, che è l’ultimo fra tutti e che pure - quando entrerete in camera di consiglio – dovrete valutare insieme al resto, perché anche le sfumature “sentimentali” contribuiscono a disegnare il quadro di quello che è successo, del disastro.

E’ l’aspetto meno importante, che io solo so, che nessuno dei miei colleghi può conoscere: Stava non era un luogo qualunque. Stava per il teserano era un luogo di favola, era il posto dove andavano i bambini a giocare, dove la domenica si faceva la gita. Questo popolo di artigiani il giorno di festa andava a Stava per respirare la pace, l’aria della montagna, il colore dei prati.

Non voglio fare il poeta, ma ricordatevi quanto vi ha detto l’avvocato Niccolini (professionista milanese che a Stava ha perso la moglie e un figlio, n.d.r.). E’ la testimonianza del classico turista di quei luoghi: una persona che veniva dalla grande città per sfuggire dai rumori, evitando la relativa mondanità di Cavalese…"

 Avvocato Michele Pompermaier

 Per un approfondimento su Stava: www.stava1985.it